23 maggio 2018

Torricella. Castello (scheda)

Foto: ©Lovreglio Gianluca 2007

Torricella. Castello (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita dal 2005 su: storiamedievale.net

Epoca: XIII secolo?

Conservazione: restaurato, è attualmente sede della Biblioteca Comunale.

Cenni storici

Le origini dell’antico casale di Torricella risalgono, forse, al X secolo. Contribuirono a popolarlo gli abitanti dello scomparso casale di Termiteto, verso Maruggio, quelli sparsi lungo il litorale di Torre Ovo ed alcuni abitanti del casale di Monacizzo che, per sottrarsi alle cruenti scorribande dei Saraceni oppure dopo che i loro villaggi erano stati distrutti dalle orde barbariche, si spostarono in posti più sicuri dell’entroterra, presumibilmente sull’altura di Magalastro

Passato il pericolo, questi rifugiati si spostarono a valle, dove dettero vita ad un nuovo casale e, secondo le abitudini del tempo, lo munirono anche di una torre di difesa che fu chiamata Torricella. Più tardi al posto di questa piccola torre fu eretto un castello sede del feudo fin dal 1200. Il castello più volte restaurato conserva la sua austera immagine cinquecentesca; oggi è adibito a Biblioteca Comunale con due sale i cui soffitti sono affrescati.
Foto: ©Lovreglio Gianluca 2005

Il castello si trova al centro del tessuto urbanistico comunale. Al piano della strada ci sono tre torri e a sinistra di una di esse c’è una stanza che era adibita a carcere. Una porta d'ingresso fra due torri immette in un vano per uso granaio. Al piano superiore vi sono sei stanze. In testa alla sala maggiore vi è una piccola cucina, a sinistra due sale affrescate, a destra altre tre. Nelle vacanti delle due torri verso tramontana e verso levante vi erano i servizi igienici.

Un accurato lavoro di restauro nella seconda stanza ha riportato alla luce figure di santi e di Cesari. Nella prima sono ancora ricoperti di calce putti alati e figure di nobildonne, che si muovono intorno ad uno stemma. Le tre torri sono guarnite di tronea e merloni di due ordini, con pietre lavorate di tagli e affacciate con cornicioni a mo' di fortezza.

Fino al 1984 l’immobile è stato abitato dagli eredi Turco, da questi ceduto bonariamente al Comune, che effettuò tempestive opere di restauro, per sottrarlo alla inevitabile rovina. Attualmente una sala al pianterreno è luogo di ritrovo per anziani, negli altri ambienti si svolgono frequenti attività culturali.

©2005-2018 Gianluca Lovreglio

21 maggio 2018

Taranto. La cittadella di Raimondello Orsini (scheda)

Taranto. La cittadella di Raimondello Orsini (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita nel 2001 in: Storiamedievale.net

Epoca: inizi XV secolo.

Conservazione: demolita nel 1883.

Cenni storici

Nel 1404, quando ormai si prospettava lo scontro tra il principe di Taranto e l'angioino Ladislao, Raimondello Del Balzo Orsini, per meglio proteggere Taranto da possibili incursioni esterne, fece costruire la Cittadella. In quell'anno, infatti, secondo la cronaca del notaio settecentesco Crasullo, «ad opera del principe Raimondo e del conte di Soleto, fu incominciata la torre che si trova al principio del ponte di Taranto». Nasceva così, ad ovest della città, verso la strada per Napoli, il grosso mastio quadrato che, più tardi, cinto di mura e fiancheggiato da due torrioni, formò la Cittadella.
La torre chiudeva il ponte di porta Napoli, e si affacciava sulla piazza (al tempo) maggiore della città, la piazza della fontana. Costruita agli inizi del XV secolo, resistette agli assalti dell'uomo e della natura per circa 450 anni. Dopo l'Unità d'Italia, nel 1861, fu utilizzata come Regia Dogana.


La torre fu poi demolita nel 1883 per motivi di "odio verso il medioevo": «Quell'immane massa nera, quello screpolato baluardo, che è la Cittadella, fra non molto non disegnerà più le sue forme titaniche sul cielo della nostra Taranto. I nostri voti sono appagati. Essa non ci ricorderà più i tristi tempi del Medio Evo, tempi di lotte, di sangue e di barbarie, allora quando ogni città era un piccolo regno chiuso, isolato, dominato dalla tirannia d'un signorotto, allora quando l'Italia era straziata dal feudalesimo [...]; fu innalzata per chiudere la città da quel lato, la si atterra per scovrire la città da quel lato. Aria, spazio vogliamo! A terra i baluardi che servivano alla tirannia dei signori e che significavano forza e potere: la forza e il potere che aborriamo. Ora non si ha più bisogno di torri e merli, ora che la febbre di libertà brucia» (dall'articolo La Cittadella, in «La sferza», anno II, n. 13, 7 ottobre 1883).

Dell'intero complesso, infatti, solo una delle torri cilindriche poste al lato del mastio era, a fine Ottocento, pericolante, e dopo l'alluvione del 1883, insieme al vecchio ponte bizantino, cadde anche questa torre, liberando la città dal «pericolo» imminente. Rimase in piedi la torre quadrata, ormai isolata dopo la demolizione del torrione della catena e della parte superiore del bastione del porto.

Le condizioni del mastio non erano però tali, secondo lo storico delle fortificazioni tarantine Speziale, da giustificarne l'abbattimento, tuttavia prevalsero ragioni di tipo elettorale, e si iniziarono i lavori di demolizione: «Era sempre stata modesta la vita della vecchia torre ed in carattere colla sottostante piazza del mercato che, colla fontana e gli abbeveratoi, era luogo di traffico, di sagre e di fiere. Aveva fatto il suo dovere la cittadella e aveva resistito bene all'assedio di Ladislao quand'era fresca fresca, giovane di tre anni e incrollabile a quella specie di cannonate come se ne sparavano allora; poi aveva avuto una sua vecchiaia davvero placida, senza disturbi, né scosse, né affanni. Il vecchio mastio era sempre stato né più né meno che un corpo di guardia per la sorveglianza della Porta di Napoli e per la tutela dell'ordine là in piazza, con pochi, pochissimi soldati per chiudere al tramonto la porta, per sedare qualche alterco [...]; poi la gente, col poeta locale, andava a fantasticare: Nel silenzio delle sere,/ col fischiar delle bufere,/ quanti spettri ne' sudari,/ negli androni solitari/... La volevano drammatizzare per forza, e la demolirono senza ragione, per odio al medioevo. E fu sciocchezza e malvagità grande» (G. C. Speziale, Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Bari 1930, rist. 1979, pp. 234-235).

Non possiamo che associarci alle parole dello storico, al quale, sia detto per inciso, è stata intitolata la strada che ospita un solo edificio: la casa circondariale. Sic transit gloria mundi...
 
©2001-2018 Gianluca Lovreglio

19 maggio 2018

Sava. Palazzo baronale (scheda)

Sava. Palazzo baronale (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net

Epoca: secolo XVI, sulle strutture di una masseria.

Conservazione: completamente restaurato, è la sede del Municipio.

Come arrivarci: con l'autostrada A14 Bologna-Taranto o A16 Napoli-Taranto, uscita al casello di Taranto, o con la strada statale Bari-Taranto sino a Taranto: da qui seguire le indicazioni per Lecce. Sava è a circa 28 Km dal capoluogo.

Cenni storici

In un documento del 1417 della regina Giovanna I D'Angiò troviamo la prima menzione del casale di Sava facente parte del Principato di Taranto. Nel 1520 il feudo di Sava, che comprendeva gli antichi casali di Aliano e Pasano, passò alla famiglia Prato di Lecce che tenne la Baronia sino al 1630.

Nicola Prato, negli anni in cui ebbe la Baronia di Sava, dimorandovi solo nei mesi estivi ed autunnali, abitava un antico fabbricato della masseria che sorgeva nella stessa area dove ora è ubicato il castello. Egli pensò di edificare una dimora baronale ma la precaria situazione politica gli impedì di portare a compimento tale progetto che invece fu realizzato dal figlio Pompeo.

Il castello di Sava, dall'aspetto severo, era dotato solo di un piccolo recinto con fossato, ed era privo di un maschio.
Foto: ©Lovreglio Gianluca 2003

Aveva la forma di un quadrilatero, con nel sottopiano il frantoio, il mulino, i granai ed i magazzini, nel piano terreno grandi vani con volte a botte, dimora del castellano e rimessa. Le camere del primo piano sono grandi e spaziose, piene di luce e di aria, con larghe finestre dalla profonda strombatura che guardavano intorno al castello oltre la muraglia del fossato. In ciò si discosta dai castelli cinquecenteschi, che, essendo ordinati più a fortezza che a dimora, aprivano le finestre sugli spazi compresi dalle varie cinte.

Successivamente al 1743, anno in cui fu assegnato ai Padri della Compagnia di Gesù, il castello fu trasformato in convento divenendo così un austero luogo di preghiera. Nel 1884, il castello fu acquistato dal Comune che lo destinò a sede municipale, scuola ed altri uffici pubblici, subendo notevoli trasformazioni.

Attualmente un intervento di recupero ha interessato il frantoio e la parte posteriore del palazzo.

©2003-2018 Gianluca Lovreglio. La prima immagine (inserita nel 2014) è tratta dal sito http://castelliere.blogspot.it.

18 maggio 2018

San Giorgio Jonico. Castello D'Ayala (scheda)

San Giorgio Jonico. Castello D'Ayala (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net

Epoca: secolo XX.

Conservazione: in buone condizioni, è una residenza privata.

Come arrivarci: con l'autostrada A14 Bologna-Taranto o A16 Napoli-Taranto, uscita al casello di Taranto, o con la strada statale Bari-Taranto sino a Taranto: da qui, seguendo le indicazioni per Lecce, ci si può dirigere a San Giorgio Jonico.

Cenni storici

La classe dirigente che ancora nel '900 erige palazzi dal truce aspetto gotico, ricorre all'immaginario medievale per giocare ancora il ruolo del dominus, per illudersi di essere al presente la rappresentazione in campo del potere, nella scacchiera del proprio paese, ancora nostalgicamente definito "feudo" o "terra". Così ancora in tempi recenti si continuano a costruire palazzi signorili dall'aspetto monumentale, che si ergono tuttora tra le casette a due piani di una piccola borghesia dal sapore contadino.

A San Giorgio Jonico quello che i suoi abitanti chiamano castello è in realtà un edificio piuttosto moderno: fu innalzato, infatti, dai conti D'Ayala-Valva agli inizi del 1900.

Lo stile volutamente pretestuoso, con i prestiti medievaleggianti ripresi più dai romanzi storici che dagli esempi coevi, fanno di questo edificio un monumento rappresentativo della storia di una famiglia, e certamente non si potrà mai identificare con la pluricentenaria storia di S. Giorgio Jonico, fondata probabilmente nel XIV secolo da esuli albanesi al soldo di Giorgio Castriota Skanderbeg, capitano di ventura in rotta con il principe Giovanni Antonio Del Balzo-Orsini.

©2003-2018 Gianluca Lovreglio; la foto è tratta dal sito sfondi per il desktop Ressa.it, ed è qui pubblicata con il consenso dell'autore.

16 maggio 2018

Roccaforzata. Castello feudale (scheda)

Roccaforzata. Castello feudale (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net

Epoca: secolo XV, forse su precedente struttura.

Conservazione: restaurato, è una residenza privata.

Come arrivarci: con l'autostrada A14 Bologna-Taranto o A16 Napoli-Taranto, uscita al casello di Taranto, o con la strada statale Bari-Taranto sino a Taranto: da qui ci si può dirigere per San Giorgio Jonico. Da San Giorgio si seguono le indicazioni per Roccaforzata, che dista meno di 4 Km.

Cenni storici

Citato già in alcuni documenti di età tardo-angioina, il castello ospitò nel 1407 il sovrano del regno napoletano Ladislao d'Angiò-Durazzo, in occasione delle nozze con la principessa Maria d'Enghien, che si svolsero nella cappella del castello di Taranto. In seguito continuò ad essere proprietà feudale prima dei Delli Falconi, e poi dei Chiurlia (XVII secolo).

Dal portale si accede ad un ampio cortile rettangolare, intorno al quale sono distribuite le stanze: quelle del piano terra hanno solo qualche finestra all'esterno, quelle del piano superiore sono illuminate da monofore rettangolari. Gli ambienti, ampi e spaziosi, hanno volte a crociera, tipicamente cinquecentesche.

Attualmente è residenza privata della famiglia Pasanisi, che ha provveduto al suo restauro.

©2005-2018 Gianluca Lovreglio; la foto è tratta dal sito sfondi per il desktop Ressa.it, ed è qui pubblicata con il consenso dell'autore.

Pulsano. Castello De Falconibus (scheda)

Pulsano. Castello De Falconibus (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net


Epoca: secolo XV, forse su precedente struttura.

Conservazione: restaurato, è stato a lungo sede del Municipio.

Come arrivarci: con l'autostrada A14 Bologna-Taranto o A16 Napoli-Taranto, uscita al casello di Taranto, o con la strada statale Bari-Taranto sino a Taranto: da qui ci si può dirigere per San Giorgio Jonico direzione Pulsano, o si attraversa Taranto verso la Litoranea Salentina.

Cenni storici

Il castello De Falconibus di Pulsano fu costruito secondo alcuni nel 1430, secondo altri nel 1463 probabilmente sui resti di un altro castello preesistente su iniziativa di Marino Senior De Falconibus, Segretario del Principe di Taranto Giovanni Antonio Del Balzo-Orsini.
La proprietà del castello passò, nel corso dei secoli, alle famiglie Personè (1588), De Raho, Sergio e infine, nel 1617, ai Muscettola.

Questi ultimi restarono proprietari della struttura sino al 1912, quando il castello fu venduto al Comune, che lo ha utilizzato sino al 1993 come municipio e ne ha fatto oggi la sede di avvenimenti culturali, dopo un garbato restauro (sul quale pesano però addossamenti di altre strutture).

Di pianta quadrangolare, il castello presenta quattro torri di diversa altezza e forma: tre sono quadrate e una rotonda. Un'altra torre rotonda invece, è stata costruita lungo il lato sud-est. L'immagine che se ne desume, insomma, è più vicina a quella di una fortezza (benché spesso rimaneggiata), che ad un castello vero e proprio.

©2002-2018 Gianluca Lovreglio; la foto è tratta dal sito sfondi per il desktop Ressa.it, ed è qui pubblicata con il consenso dell'autore.

15 maggio 2018

Monteparano. Castello D'Ayala (scheda)

Foto: http://digilander.libero.it/monteparanoweb

Monteparano. Castello D'Ayala (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net

Epoca: XVIII secolo.

Conservazione
: ancora buona, ma trascurato.

Come arrivarci: la struttura si trova sulla strada statale Appia, che da Taranto porta a Manduria, attraversando Monteparano.

Cenni storici

La residenza fortificata di Monteparano è stata edificata dai conti d'Ayala, dai quali prende il nome, nel XVIII secolo.

Lo stile è tardo-gotico, con abbondanti e scenografiche merlature ed una torre che domina l'intero paese.

Dopo i rimaneggiamenti del XIX secolo, oggi la struttura è adibita al piano terra ad uffici bancari. Le parti rimanenti rimangono proprietà degli eredi d'Ayala.

©2002-2018 Gianluca Lovreglio; La foto è tratta da: http://digilander.libero.it/monteparanoweb

14 maggio 2018

Avetrana. Casale di Modunato. Castello (scheda)

Foto: www.castellodimudonato.it

Avetrana. Casale di Modunato. Castello (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net


Epoca: secolo XIII, forse su precedente struttura.

Conservazione: restaurato, è sede di attività economiche legate al turismo.

Come arrivarci: con l'autostrada A14 Bologna-Taranto o A16 Napoli-Taranto, uscita al casello di Taranto, o con la strada statale Bari-Taranto sino a Taranto: da qui seguire le indicazioni per Lecce. Avetrana, ultimo comune della provincia jonica, è a circa 38 Km dal capoluogo.

Cenni storici

Il casale di Modunato, posto sulla via salentina in prossimità di Avetrana, ha una origine molto incerta, databile comunque attorno al XIII secolo.

In ciò che rimane del casale è possibile tuttavia rintracciare alcuni elementi svevi, e ciò conferma le notizie che ci riportano il casale proprietà prima della famiglia di un certo Nicolò Adimari, poi della famiglia D'Aquino e successivamente possedimento, dal 1303, di Colletta di Belloloco.

Successivamente spopolatosi per motivi ignoti, il nome Modunato continua ad indicare il feudo, passato nel XVI secolo al marchese di Oria Roberto Bonifacio. Tra il 1562 ed il 1567 il feudo fu tenuto da S. Carlo Borromeo.

Solo nel 1656 vi fu un parziale ripopolamento del casale, ad opera di Michele III Imperiale, che vi insediò alcune famiglie di origine greca, che lì vissero conservando il proprio rito religioso greco ortodosso.

Approfondimento 2016 (le fonti degli articoli sono indicate nei link sottostanti)

«L'origine del casale è molto dubbia e può pensarsi solo in funzione di quella antica via Sallentina che passava nei suoi pressi. Il toponimo potrebbe essere di origine patronimica, in quanto si ritrova nei Liber Baptizatorum del 1584, come cognome di alcune famiglie avetranesi. Il Foscarini cita Modonato come casale già esistente nel XIII secolo quando venne ristrutturato da un certo Nicolò Adimari. Nel corso del XIII secolo il Casale appartenne alla famiglia D'Aquino, conti di Acerra. Nel 1303 fu donato a Coletta di Belloloco, riconfermata nei possedimenti dal principe di Taranto Filippo come dono di nozze. Nel corso del XIV secolo, per cause ancora ignote, non fu abitato. Nel XVI secolo, sotto gli Aragonesi, Ferdinando II affidò il feudo di Modonato al marchese di Oria Roberto Bonifacio. Il successore di quest'ultimo, il figlio Bernardino, lo ingrandì dei territori circostanti della masseria Frassanito. Tra il 1562 ed 1567 il feudo fu di proprietà dei Borromeo. Fino all'avvento degli Imperiali, Modonato fu infeudato a vari signori, ed è probabile che fosse feudo distaccato da quello di Avetrana. Mentre i Romano erano signori di Avetrana, contemporaneamente gli Imperiali nella persona di Michele III erano signori di Modonato. Attualmente il castello è di proprietà della famiglia Mannarini. All´interno del complesso trova posto anche un antico edificio religioso che documenti diocesani indicano intitolato alla "Visitazione". Era destinato al culto degli affittuari della omonima masseria che sorge nelle vicinanze»:

clicca per visualizzare l'articolo

«Il complesso è ubicato sulla strada che da Avetrana conduce a Lecce e si trova a margine di una delle poche porzioni ancora esistenti della medievale Foresta Oritana, ossia il Bosco di Mutunato. Dai Registri Angioini emergono informazioni sul Casale di Mutunato, prima feudo di Isabella moglie di Pietro Hugot (1270), poi del conte di Acerra (famiglia D’Aquino) e nel 1275 di Anglesina moglie di Guido d’Arcelli. La proprietà del feudo subì diverse vicissitudini, fino all’acquisto nel 1572 da parte di Davide Imperiale che lo ristrutturò per usarlo come sede durante la caccia al cinghiale che si praticava nel Bosco di Mutunato. Il vasto feudo è rimasto sostanzialmente inalterato nell’estensione fino all’acquisizione da parte della famiglia Mannarini, ancora oggi proprietaria. Nella tradizione locale si tramanda che, già dai tempi del casale medievale (XIII-XIV sec.), la zona fosse frequentata con difficoltà per via dell’insalubrità dell’aria (la masseria più vicina si chiama Masseria Mosca!) e che spesso il feudo fosse oggetto di tentativi di ripopolamento, come nel 1656, quando vi furono fatti trasferire dei coloni dall’isola greca di Phanò. Alcuni addirittura sostengono che il nome di questo antico feudo derivi dalla locuzione “mal donato”. Il castello si compone di una torre quadrangolare munita di caditoie, inserita al centro di una semplice cinta muraria di forma rettangolare e provvista di quattro torrette angolari. Il restauro ha dato modo di evidenziare l’originario muro a scarpa della torre tardo-quattrocentesca, che era stato coperto dall’aggiunta di un corpo di fabbrica laterale voluto dalla famiglia Imperiale nel 1572. A questa famiglia sembra doversi attribuire la conversione della struttura in impianto masserizio. Nello scavo per la risistemazione della pavimentazione, è venuta alla luce la struttura di un frantoio, nonché delle precedenti mura realizzate in pietre e bolo, probabilmente relative all’impianto più antico della torre in età sveva (XIII sec.). Sempre nell’interno della torre, è stata svuotato una cisterna “campaniforme”, ora tenuta a vista. Il torrione fortificato faceva parte di un sistema di comunicazione e difesa del territorio circostante che dal mare (Torre Colimena), si dirigeva nell’entroterra, passando dalla vicina e contemporanea Masseria di Frassanito. Tale sistema fu voluto dagli Aragonesi per contrastare le incursioni delle flotte ottomane, tra il 1480 (assedio di Otranto) e il 1571 (Battaglia di Lepanto)»:

http://vivinuovo.galterredelprimitivo.it/punti-interesse/castello-di-motunato

©2003-2018 Gianluca Lovreglio; le immagini sono tratte da www.castellodimudonato.it

12 maggio 2018

Manduria. Il castello Imperiali-Filotico (scheda)

Manduria. Il castello Imperiali-Filotico (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda, aggiornata, già edita in Storiamedievale.net


Epoca: XVIII secolo, su preesistente struttura normanna.

Conservazione: molto buona, dopo un recente restauro esterno effettuato dalla famiglia proprietaria.

Come arrivarci: percorrendo la strada statale 7 ter da Taranto verso Lecce.

Cenni storici

Dopo secoli di decadenza, Manduria tornò ad essere un importante centro agricolo e commerciale a partire dal XVI e XVII secolo. La crescita demografica ed economica di questa cittadina raggiunse il suo apice nel XVIII secolo, attraverso una intensa attività edilizia.

Manduria possedeva già nello stesso luogo un castello normanno, edificato dopo il 1090 da Ruggero il Normanno, che fece riedificare la città distrutta dalle incursioni barbare (in particolare dei Saraceni e dei Goti) col nome di Casalnuovo (Case Nuove, nei documenti). Sul castello le fonti sono molto avare di notizie, a tal punto da non poter stabilire con certezza le esatte dimensioni e l'esatta importanza del maniero. Si suppone fosse sin dall'inizio di proprietà feudale, dal momento che non è citato nello Statutum de reparatione castrorum, un elenco di fortezze demaniali redatto in età federiciana (1241-1246).

Qualche secolo più tardi, sugli avanzi del castello normanno fu concepita una residenza nobiliare per incarico del principe Michele Imperiali, feudatario di Casalnuovo nel 1717, così come riportato dalla iscrizione interna all'edificio («Michael lmperialis A.D. MDCCXVII») e costruito a partire dal l719, probabilmente su progetto di un architetto romano, con la direzione dei lavori dell'architetto leccese Mauro Manieri.

L'edificio rimase incompiuto nell'ala sud-est a causa del decesso del principe e del suo erede. Sebbene nato come residenza (si tratta di una delle più grandi dimore del regno di Napoli), quasi certamente non fu mai utilizzato come tale dal committente. Il maniero passò da Federico Imperiali alla famiglia dei Filotico - che lo detiene in larga parte ancor oggi - nel 1827.

Bibliografia

N. Filotico, Il Palazzo “Imperiali-Filotico”, in F. Schiavoni – M. Annoscia (a cura di), Manduria tra i segni di tanta vita e tanta storia in immagini e documenti fra ‘800 e ‘900, Manduria 1994, pp. 82-90.

Si ringrazia l’arch. Nino Filotico per la cortesia dimostrata nei confronti dell'autore.

©2003-2018 Gianluca Lovreglio.

11 maggio 2018

Lizzano. Castello (scheda)

Lizzano. Castello (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net


Epoca: XII secolo?

Conservazione: in gran parte da restaurare recuperandone le originarie strutture interne.

Cenni storici

Il casale di Lizzano in Terra d’Otranto sarebbe stato edificato nel 1208 dalla contessa Abiria.

Probabilmente dovette sorgere alcuni secoli prima, come dimora di alcuni coloni dei molteplici insediamenti monastici esistenti nel suo territorio. Nel 1272 il casale fu infeudato da Jacopo De Rephis. Passò quindi nelle mani di Goffredo De Pandis nel 1315. Nel 1329 passò a Giovanni Sanseverino che lo conservò fino al 1464. Successivamente ci fu un avvicendamento di feudatari: i De Tremblayo, i De Raho, i Franconesi i De Luca, e nel 1697 pervenne al marchese Chyurlia di Bari che controllò il feudo fino al 1806 allorquando furono abolite le feudalità.

Il castello fu costruito dai Normanni, appena insediatisi nel ducato di Taranto nel XII secolo per la parte nord-ovest, mentre la parte sud fu realizzata, in ampliamento (anche se conserva il suo ruolo di difesa), con la dominazione sveva. è ubicato alle pendici di un’altura sulla quale, nel tempo, si è costituito l’attuale centro abitato. L’epoca della prima costruzione non è avvalorata, purtroppo, da adeguata documentazione storica; in più è da segnalare l’assenza di torri, di fossati e di mura che potevano circondare i castelli medievali. Estintasi la feudalità con la famiglia Chyurlia, il castello cadde nelle mani di più proprietari, che con opere interne incaute e dissennate hanno trasformato la originaria impostazione.

La torre è l’edificio più antico del castello.

©2005-2018 Gianluca Lovreglio

10 maggio 2018

Note a margine della leggenda agiografica di San Cataldo, patrono di Taranto

Fonte immagine: Wikipedia

Note a margine della leggenda agiografica di San Cataldo, patrono di Taranto

di Giuseppe Febbraro*


Pubblico sul mio blog uno studio di Giuseppe Febbraro già edito nel 2001 in "preTesti" rubrica del sito www.storiamedivale.net ideato e curato dal prof. Raffaele Licinio.

©2001 Giuseppe Febbraro. Tutti i diritti sono riservati all'autore del testo e all'editore di Storiamedievale.net

«Con un procedimento regressivo, la percezione e l’identificazione di certi prodigi fisiologici, come lo stato di buona conservazione di un cadavere dopo un’inumazione prolungata, bastavano a suscitare, in chi ne era testimone, una reazione di venerazione e la nascita di una fama di santità che poteva dare origine a un vero e proprio culto. Anziché scandalizzarsi davanti a questi santi che non sono mai esistiti, conviene piuttosto ammirare la coerenza di un modello antropologico nel quale il significante non era nettamente distinto dal significato».
Così André Vauchez nel suo più recente lavoro [1]. Il passaggio può costituire un ottimo punto di partenza per queste note a margine della leggenda agiografica di San Cataldo vescovo di Taranto, leggenda molto dibattuta, sulla quale però gli studi migliori risultano ormai datati [2].
Appare ormai assodato che elementi topici delle vitae, delle inventiones e translationes, e delle leggende ad esse correlate diffuse nell’Occidente cristiano nel periodo compreso tra il IX e il XII secolo, coesistono nella letteratura sorreggente questo culto, che può in un certo senso intendersi paradigmatica del genere cui appartiene. Ulteriori approfondimenti occorrerebbero semmai all’indagine storica oltre che a quella puramente filologica.
Se è vero, infatti, che le ricerche degli ultimi decenni – quasi tutte di carattere locale – hanno chiarito incongruenze e incertezze con le quali gli scrittori religiosi di età moderna e contemporanea non avevano mai fatto i conti, a volte addirittura aumentandole, è da riconoscere anche che nessuno ha compiuto ancora il passo in avanti decisivo per comprendere in quale contesto politico, sociale, economico, la leggenda del santo patrono tarantino - così come diffusa e a tutt’oggi accettata - si collocasse all’atto della sua nascita.
È noto infatti che quelle agiografiche sono preziose fonti storiche oltre che letterarie e puramente religiose, e un’indagine che manchi di tale prospettiva risulta fatalmente incompleta  [3]. Nessuno scandalo, consiglia dunque Vauchez, di fronte ai santi “che non sono mai esistiti”. E Cataldo è appunto un santo «che non è mai esistito». Di questo culto continua a suscitare invece interesse l’aderenza, sì, ad un modello antropologico, ma soprattutto ad una funzione strumentale altrettanto importante nell’epoca in cui esso è sorto.

Partiamo dalle origini. Il più antico ufficio conosciuto sul santo è il Sermo de inventione corporis Sancti Kataldi, saggio trascritto nel 1174 in un codice del monastero benedettino di San Severino, a Napoli. Studiato per la prima volta dall’Hofmaister [4], rivela che l’inventio del corpo di un santo, definito patrono di Taranto, fu effettuata dal monaco longobardo Atenulfus poco fuori le mura della città, e che le reliquie vi furono da questi immediatamente portate all’interno «per sottrarle ai Normanni» che la stavano assediando, vincendo l’ostilità del vescovo a questa operazione. Inizialmente riposte nella chiesa di San Biagio, le spoglie di quest’uomo evidentemente noto ai tarantini dell’epoca, ma di cui non si hanno altre notizie, furono poi spostate nella Cattedrale fatta costruire appositamente in luogo altro da quella altomedievale di Santa Maria. Se ne ricava che il culto tributato a Cataldo è nato nella Taranto prenormanna, posta politicamente sotto il dominio bizantino ma etnicamente e religiosamente composita.
L’elemento longobardo presente nel Sermo, e la sua datazione, hanno  fatto pensare ad alcuni che il corpo rinvenuto potesse a sua volta essere quello di un monaco, forse un Gaidoaldus, o di un vescovo ritenuti santi, presenze protettive delle quali la comunità tarantina aveva evidentemente bisogno in quel momento. Ma non vi è nulla di certo.
Ricordiamo che al termine inventio si possono dare due significati. Uno “tecnico”: per inventio cioè si intende, nel linguaggio degli agiografi a partire dall’alto medioevo, il ritrovamento – casuale o voluto, ma quasi sempre casuale – del corpo (o di parti del corpo) di un uomo ritenuto santo in vita o manifestatosi tale proprio all’atto del rinvenimento, con miracoli e prodigi di vario genere. La seconda interpretazione è più ampia, e ci soccorre qui ancora Vauchez: «L’intervento del santo provoca (nella comunità che ne è interessata, nda) una reazione di esultanza: i debiti vengono cancellati, gli esiliati possono tornare in patria, il ciclo infernale delle vendette si interrompe (…) Sembra che possa aprirsi una fase nuova per la collettività, almeno fino a che essa resterà fedele a colui che ha scelto come suo patrono nel senso pieno del termine»[5].
Ciò vale tanto per il santo vivo, che manifesta la sua potenza ad esempio con un miracolo, che per quello morto, il cui corpo – proprio perché fattosi reliquia – sprigiona ancora di più la potenza che detiene, meglio se invocato e venerato.
Il santo ha dunque da vivo la capacità di ristrutturare una comunità, da morto il compito di proteggerla. E non è detto che il luogo sul quale ha esercitato le proprie virtù in vita sia lo stesso sul quale vigila dopo il dies natalis.
Torniamo a Taranto. La vicenda agiografica di Cataldo proseguirebbe per logica qualche decennio dopo la prima tappa, quella narrata dal Sermo. Secondo l’ufficio accolto, pur con riserva, dai Bollandisti [6] (che non erano a conoscenza del Sermo, la cui scoperta è come detto più recente), l’inventio sarebbe avvenuta nel 1071, a destini politici della città completamente mutati: occupata dai Normanni nel 1063, Taranto è ora sotto il dominio di Goffredo, figlio di Gauffredus di Trani [7], e la diocesi è presieduta dall’arcivescovo, pure normanno, Drogone. Il contenuto della nuova leggenda, che i Bollandisti riprendono da un non meglio identificato Berlingerio, è modellato sul cliché della prima. Ma i ruoli sono cambiati: il rinvenimento del corpo avviene ora casualmente nel cantiere aperto dal prelato normanno per costruire una nuova cattedrale, da una crocetta opistografa annessa si comprende trattarsi di un Cataldo, le spoglie – per evitare ogni contatto con i sacrileghi presenti in città - vengono poste nella chiesa madre (dietro comando del vescovo, che nella prima versione si opponeva alla traslatio).
Il racconto di Berlingerio trae a sua volta probabilmente origine da un corpus riunitosi in un periodo non meglio definito ma di certo non anteriore al sec. XIV [8], corrottosi e dilatatosi al massimo verso il sec. XVI, e rintracciabile nei diversi scritti di età moderna [9]. Esso prende le mosse dall’ipotesi petrina sulla fondazione della Chiesa di Taranto, secondo un cliché diffuso in varie diocesi della penisola [10]: San Pietro, in viaggio da Antiochia verso Roma attorno all’anno 42, si sarebbe fermato in città, trovandola preda del paganesimo. Operati taluni miracoli, guarì dal mutismo un povero ortolano di nome Amasiano, lo indottrinò con lo spirito santo e lo creò primo vescovo della nuova diocesi. La quale ebbe vita regolare per alcuni secoli, sino a ridursi progressivamente, quindi a crollare, sotto i colpi delle ripetute invasioni barbariche.
A questo punto entra in scena Cataldo: nel VI (o VII) secolo, proveniente da un pellegrinaggio in Terrasanta, giunge sulle coste salentine un monaco che subito si distingue con ripetuti miracoli tra le genti del luogo, e si dirige poco dopo a Taranto. Trovandola preda del paganesimo esattamente come era capitato a San Pietro [11], e sulle tracce dell’apostolo rifondandone la Chiesa. L’arrivo di Cataldo sarebbe un segno divino, voluto dall’alto: egli è stato mandato direttamente dal Signore per rievangelizzare la città [12].
Cataldo arriva dall’Irlanda. È un monaco, ha presieduto una diocesi con dignità arcivescovile e, come molti suoi conterranei in età altomedievale, arrivato ad un certo punto della vita ha deciso di completare il proprio percorso spirituale con la visita dei luoghi santi e di Gerusalemme. Poi, una volta lì e desideroso di darsi a vita eremitale, giunge la chiamata di Dio che lo porta a Taranto. Là è venerato dal popolo, muore e viene sepolto in luogo sicuro, e a questo punto il cerchio si chiude e la leggenda torna al punto dal quale era iniziata, con il rinvenimento del corpo nel 1071.
Il racconto, accolto dalla Chiesa tarantina ancora oggi, non ha in realtà fondamenti storici. E’ pur vero che la veridicità, e talvolta l’autenticità, sono come già detto requisiti relativi di una fonte agiografica. Ma ancora nel XX secolo diverse indagini sono state effettuate per accertare i dettagli della narrazione: nel 1913, ad esempio, l’arcivescovo tarantino Giuseppe Cecchini fece redigere a Mons. Giuseppe Blandamura otto quesiti, relativi ad altrettanti punti oscuri, da trasmettere al vescovo di Waterford e Lismore Mons. Sheehan. Il prelato cercava evidentemente riscontri fondanti in almeno alcune parti del corpus leggendario, ma il tentativo si rivelò inutile: nella sua risposta, lo Sheehan ammetteva non soltanto che in Irlanda non era reperibile alcuna notizia su Cataldo, ma che addirittura tutto ciò che se ne sapeva era desunto ex fontibus Italicis [13]. Va segnalato inoltre che tra alcuni degli scrittori di età moderna [14] è circolata per lunghissimo tempo una seconda versione della leggenda, secondo la quale la venuta di Cataldo sarebbe databile al II secolo, più precisamente all’anno 166 [15]. I parametri sono però i medesimi della prima narrazione, completamente ricalcati sulle azioni attribuite a San Pietro, e lo studio della crocetta presumibilmente rinvenuta nel sepolcro del Santo nel 1071, ha ristabilito definitivamente la datazione al VI-VII secolo [16].
I dati di fronte ai quali ci troviamo sono quindi: una leggenda agiografica che non ha effettivi riscontri storici; la rielaborazione di un racconto preesistente, ma con protagonisti differenti; il racconto di una “doppia evangelizzazione” di Taranto; la trasformazione di un uomo di origine incerta (longobardo?) in un personaggio di origine irlandese, del quale si ricostruisce una biografia precisa. Di conseguenza, è da qui che si deve far partire una riflessione sulla sua funzione.
La biografia cataldiana non ha precisi riscontri storici, essi sono al limite solo ipotizzabili [17]. Il dato è tutt’altro che strano: per la sua stessa natura di racconto al limite del naturale e del reale, la leggenda agiografica medievale è di per sé spesso inventata o magari rielaborata su altri copioni. Al limite, è proprio questo il punto più interessante: stabilita le preesistenza di un culto di probabile origine rurale (il Sermo studiato dall’Hofmaister pare condurre indiscutibilmente in questa direzione) e ammesso che la Chiesa romana - allineata sin dall’XI secolo alla monarchia normanna - lo abbia fatto proprio anche con un capovolgimento delle parti originarie, appare evidente la funzione strumentale dell’iniziativa. Il dato della doppia evangelizzazione e quello dell’ipotesi irlandese sui natali del santo danno in qualche maniera conferma di questa tesi.
In entrambe le versioni temporali esaminate prima, Cataldo giunge a Taranto per volere divino, nella città pagana, o meglio dove la Chiesa c’era ma era andata in rovina per colpa di chi ne occupava il territorio (genericamente, i barbari), e dunque si rendeva necessaria una sua rifondazione. La metafora potrebbe essere rivolta contro il dominio bizantino antecedente: si tenga presente che l’occupazione normanna di Taranto è di poco posteriore allo scisma di Michele Cerulario (1054), che la Chiesa romana è in quel momento in fase di riconquista anche “mentale” oltre che politica ed economica del Mezzogiorno continentale ed insulare [18], che questo sforzo di riassestamento è diretto indubbiamente in primis contro i musulmani di Sicilia, ma che immediatamente accanto c’è una lotta antibizantina e insieme antiortodossa nelle regioni meridionali d’Italia. Si consideri inoltre che, se la diocesi tarantina fu nei secoli di dominio greco una tra le più “tranquille” del meridione, ben riuscendo a convivere con una diffusa fedeltà al culto latino, episodi che portano nella direzione detta sono rintracciabili anche prima del secolo XI [19]. A questo si aggiunga l’innalzamento a rango arcivescovile della stessa diocesi proprio all’alba dell’occupazione normanna.
Un quadro, parrebbe, di offensiva generale, più anticostantinopolitana che antibizantina, dettata dalle nuove urgenze politiche più che da una convivenza Diocesi greca-Culto latino che tutto lascia presumere non ancora fattasi impossibile [20]. L’irruzione di un culto che da un lato ne capovolgeva uno anteriore, con i bizantini ancora dominatori, dall’altro creava il concetto della fine di un sistema religioso e dell’apertura di uno nuovo, quello della “vera fede”, della rigenerazione morale (come avveniva in Sicilia nei confronti dei musulmani), sta a testimoniare l’importanza tributata all’aspetto ideologico (religioso) oltre che a quello “delle armi” dai nuovi signori: i Normanni, ma anche la Chiesa riformata. In questo, per giunta, facendo propria la lezione degli stessi bizantini e del loro concetto “sacrale” del potere [21].
Alcuni episodi successivi della storia della leggenda potrebbero confermare queste linee guida: come la profezia antiebraica attribuita a Cataldo a partire dal sec. XV [22] e diffusa in chiave antimonarchica nel Regno di Napoli, ma come anche una certa iconografia: per esempio, il dipinto di Giovanni e Stefano Caramia datato 1675 e visibile all’interno della cattedrale di Taranto, che oltre a testimoniare la volontà – già in età moderna – di fondere in un unico corpus le due versioni temporali della leggenda, potrebbe essere interpretato come un simbolo deciso di potenza della Chiesa romana in anni di controriforma [23].
Quanto alla questione della pretesa origine irlandese di Cataldo, stabilito che essa non ha alcun fondamento storico [24], resterebbe da chiarire per quale motivo abbia avuto una parte così importante nella diffusione del culto. Gli studiosi che più recentemente hanno affrontato il tema, hanno interpretato l’elemento in chiave ideale: poiché l’Irlanda ha rappresentato per secoli l’insula sanctorum per eccellenza, farne la terra di origine di Cataldo serviva probabilmente a dare maggiore consistenza all’ipotesi di santità del corpo le cui reliquie si veneravano. Ipotesi fondata, ma che merita un approfondimento.
Se è vero infatti che in età moderna, l’epoca in cui sono fioriti i principali scritti del corpus agiografico cataldiano, era diffuso il mito dell’Hibernia custode e protettrice delle memorie cristiane dagli attacchi barbarici per tutto il primo medioevo, alcuni studiosi hanno da tempo dato avvio ad un processo di ridimensionamento del fenomeno  [25]: si è chiarito ad esempio che quello del missionariato irlandese fu un vero e proprio progetto, preparato ed organizzato all’interno dei monasteri dell’isola, e che l’aspetto religioso del fenomeno agì separatamente da quello eminentemente “culturale”. La tradizione dei monaci irlandesi di formarsi spiritualmente in patria per poi irradiare la propria opera pastorale nel continente e spingersi fino in Terrasanta era intesa come un vero e proprio apostolato. Considerando però i principali passaggi nelle diverse versioni della vita di Cataldo, si notano alcune costanti: tra gli autori anteriori al XVI secolo (su tutti, Pietro Calo da Chioggia), come in quelli moderni, successivi alla versione del De Algeritiis (1555), si dà per certo che Cataldo sarebbe stato monaco, si sarebbe formato nel famoso centro spirituale di Lismore, e successivamente (in seguito, anzi, ad eventi miracolosi) fosse stato creato arcivescovo di una diocesi tanto grande da richiedere un difficile lavoro di amministrazione. Dopodiché avrebbe lasciato l’Irlanda per il suo destino e per quello di Taranto.
Insomma, i dettagli delle gesta del santo in Irlanda sono troppo analoghi a quelli delle opere compiute in riva allo Jonio per essere casuali. Si ha quindi l’impressione che anche questo inserto non sia un semplice elemento aggiuntivo all’immaginario complessivo, ma vada interpretato come organico alla funzione, che si è cercato di chiarire, del corpus.
Concludendo, nell’accettare la lezione proposta nei migliori studi sull’argomento, a partire dall’ipotesi di Carducci (culto rurale - di natura probabilmente orale - di età longobardo-bizantina che subisce un riuso a partire dall’età normanna, esclusione dell’origine irlandese di questo personaggio la cui identificazione più logica propende per un vescovo locale vissuto in età compresa tra i secoli IX e XI  [26), la nuova strada da percorrere per una storia del culto cataldiano (storia di non poca importanza, se si considerano le larghissime ramificazioni geografiche della sua diffusione, qui non analizzate) è quella di renderla parte della storia della città, delle sue istituzioni civili e della sua popolazione oltre che della sua Chiesa, di leggerne il complesso apparato delle fonti come preziosa testimonianza storica oltre che religiosa e ampliare il raggio della sua non facile interpretazione.
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*Giuseppe Febbraro (Taranto, 1972) ha studiato all’Università di Bari. Si è laureato in Storia economica e sociale del Medioevo ed ha conseguito nel 1999 il perfezionamento in Storia del Mezzogiorno medievale con una relazione sul ruolo del simbolico e del sacro nella Puglia normanna. Ha collaborato con la cattedra di Storia medievale della Facoltà di Lettere di Bari e preso parte a diversi convegni internazionali e nazionali, beneficiando di alcune borse. Ha frequentato un dottorato in «Storia sociale e religiosa dell'Europa moderna e contemporanea». È stato redattore radiofonico nel circuito di Popolare Network e collabora tuttora con alcune testate. Insegna Lettere nella scuola pubblica e si occupa prevalentemente di economia delle società, storia religiosa e critica dell'ideologia. Nel 2005 è stato tra i fondatori dell’associazione dAi Campi Rossi per la Storia della Resistenza e del movimento contadino.

André Vauchez, Santi, profeti e visionari. Il soprannaturale nel medioevo, Bologna 2001, p. 30.
A tutt’oggi gli studi più esaurienti continuano ad essere quelli di Alberto Carducci, in particolare il saggio La cripta e la leggenda agiografica di San Cataldo, in La cripta della Cattedrale di Taranto, Taranto 1986.
Paolo Delogu, che le inserisce tra le fonti scritte per lo studio del Medioevo, afferma: “Tutta questa produzione è spesso a metà strada tra la testimonianza storica e la leggenda, ma deve proprio a questa caratteristica la sua importanza, perché anche quando non fornisce notizie positive sulle biografie dei santi storici, testimonia comunque gli atteggiamenti sociali nei confronti della santità, e dà quindi essenziali informazioni sulla religiosità e la mentalità collettiva, spesso aprendo squarci sulla cultura di ceti sociali che non hanno lasciato tracce in altri tipi di fonte»: Introduzione allo studio della storia medievale, Bologna 1994, p. 106.
A. Hofmaister, Der Sermo de inventione Sancti Kataldi. Zur Geschicte Tarents am Ende des 11. Jahr, in «Muenchener Museum», IV (1924), pp. 101-114.
Vauchez, Santi, profeti e visionari cit., pag. 27.
[1] Historia Inventionis et Translationis Corporis B.Cataldi Auctore Berlingerio Tarantino et forsan aliis, Acta Sanctorum, X, Maii XV, 570–575, Anversa 1680.
6  (…) «Mense aprili mortuus est Gauffredus comes, et Goffridus filius eius cepit Tarentum», Breve Chronicon Northmannicum, in Rerum Italicarum Scriptores, t. V, Milano 1723-1728.
8  Cfr. Carducci, La cripta e la leggenda agiografica cit.
9  Ultimi a riprenderlo senza approcci critici sono stati tra gli altri D.L. De Vincentiis, Storia di Taranto, Taranto 1878; G. Baffi, Ricerche sul fondatore della cattedra episcopale a Taranto, Taranto 1880; A. Tommasini, I santi irlandesi in Italia, Milano 1932.
10  Cfr. F. Lanzoni, Le Diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), Faenza 1927.
11 « (…) ut ad partem Italiae se transferret in civitate quae Tarentum vulgariter nominatur, et incultum olim populum et idolis deditum, per Petrum apostulum et Marcum eius discipulum conversum ad Christianae fidei veritatem, et iterum erroribus pristinis implicatum, reduceret ad chatolicae fidei firmitatem»: Acta Sanctorum, cit., 576 ss.
12 «(…) devote orante apparuit Dominus Jesus Christus et ab eremitico proposito revocavit»: ibidem
13 C.D. Fonseca, La Chiesa di Taranto dal dominio bizantino all’avvento dei Normanni, in La Chiesa di Taranto. Studi storici in onore di Mons. Guglielmo Motolese, Galatina 1977, pp. 17-20.
14 Ughelli F., Italia Sacra, IX, Venezia 1721;  G. Giovine, De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna, in Delectus scriptorum rerum Neapolitanarum, Napoli 1735. È raccolta inoltre in Bibliotheca Hagiographica Latina, 6679, Bruxelles 1898-1899.
15 «Igitur Cataldus iter arripuit, ingressusque Tarentum est anno a partu Virginis sexagesimo sexsto supra centesimum, Aniceto Summo Pontefice et Marco Aurelio Imperatore», Ughelli cit., p. 121.
16 Su questo punto cfr.  C. Stornajolo, Crocetta aurea opistografa della Cattedrale di Taranto, in G. Blandamura, Un cimelio del sec. VII esistente nel Duomo di Taranto, Lecce 1917, e lo stesso Carducci, La cripta e la leggenda agiografica cit.
17 La Bibliotheca Sanctorum, ad esempio, accetta l’ipotesi dell’origine irlandese dell’uomo. Ma non riesce a dare spiegazioni sulla presunta dignità arcivescovile. Anche quando si tentano spiegazioni logiche, emergono contraddizioni il più delle volte insanabili. Cfr. I.B. Barsali -  G. Carata, San Cataldo, in Bibliotheca Sanctorum, III, c. I, Roma 1963, cc. 950-951.
18 Cfr. da ultimo V. D’Alessandro, Il ruolo economico e sociale della Chiesa in Sicilia dalla rinascita normanna all’età aragonese, in Gli spazi economici della Chiesa nell’occidente mediterraneo (secoli XII -metà XIV), Atti del Sedicesimo Convegno Internazionale del Centro Italiano di Studi di Storia ed Arte (Pistoia, 16-19 maggio 1997), Pistoia 1999.
19 Nel sec. IX è attestato il fallimento, per intervento diretto di papa Stefano V, del tentativo di insediare un arcivescovo greco in città: cfr. F. Porsia - M. Scionti, Taranto, in Le città nella storia d’Italia, Bari 1989, p. 29 e n. 42. Dei primi anni del sec. XI è l’insediamento di una comunità benedettina in un’abbazia appena fuori dalle mura, segno tangibile della spinta originata da Roma e diretta oltre i confini del Catapanato. Nessuna opposizione particolare, peraltro, pare giungesse dal vescovo del momento, Dionigi: cfr. C.G. Mor, La lotta fra la Chiesa greca e la Chiesa romana in Puglia nel sec. X, in «Archivio Storico Pugliese», 1959, pp. 59-64, e V. Falkenhausen, Taranto in epoca bizantina, in «Studi Medievali», IX (1968), pp. 133-166 e n. 157.
20 Mor, La lotta cit.
21 Come acutamente sottolineava A. Guillou, Longobardi, Bizantini e Normanni nell’Italia meridionale: continuità o frattura?, in Il passaggio dal dominio bizantino allo stato normanno, Atti del Secondo Convegno Internazionale di Studi, a cura di C.D. Fonseca, Taranto 1977, pp. 23-61.
22 G. Tognetti, Le fortune della pretesa profezia di San Cataldo, in «Bollettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e Archivio Muratoriano», 80 (1968), pp. 273-314.
23 San Cataldo vi è rappresentato al momento del suo ingresso nella città, vestito da arcivescovo (dunque, immediatamente identificabile in uomo di Chiesa), accompagnato da altri santi (Leucio, Barsanofio e forse Donato) facilmente riconoscibili dalle genti di tutto il Salento, colto in un atto miracoloso (la restituzione della vista ad un cieco), e con tutto l’apparato immaginifico del caso: le potenze della natura che si scatenano, il cielo in tumulto, l’antica statua del Dio Sole che crolla, come narrato sia nella leggenda petrina che nella versione più antica di quella stessa cataldiana. Cfr. Porsia - Scionti, Taranto cit. e nota a p. 31.
24 Cfr. per ogni dettaglio ancora Carducci, La cripta e la leggenda agiografica cit.
25 Vale su tutti ancora E. Coccia, La cultura irlandese precarolingia: miracolo o mito?, in «Studi Medievali», serie III, VIII (1967).
26 Per un riassunto breve ma esaustivo di queste ipotesi cfr. anche P. De Luca, La Cattedrale di San Cataldo, Taranto 1997, pp. 67-73.

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