24 febbraio 2015

La storia della masseria Solìto e dei personaggi ad essa legati

La storia della masseria Solìto e dei personaggi ad essa legati

Dal "Corriere del Giorno" del 9 luglio 2011 p. 27

Cinque secoli di storia “documentati” meritano rispetto
di Paolo Domenico Solito

Esattamente due anni fa su queste pagine portai un contributo alla conoscenza storica della masseria Solìto e dei suoi antichi proprietari, nell’ottica di una auspicata salvaguardia del fabbricato, il cui valore morale, evidenziato da tanti uomini al servizio della cultura e della città, può essere riassunto nelle parole fermate sul Corriere dal prof. Gianluca Lovreglio: “E’ assodato da tutti i maggiori intellettuali, studiosi e docenti della nostra città, senza eccezione alcuna, che la masseria Solìto rappresenta un bene storico di Taranto”. Aderisco all’invito di tornare sull’argomento, nel momento in cui una decisione del Tar e l’inspiegabile arrendevolezza della competente Sovrintendenza ci riportano alla “politica delle ruspe”, protagonisti i “costruttori-distruttori che da sempre violentano la storia tarantina”, per citare il parere del rappresentante di “Etica e politica”, Biella. Nel mio articolo ripercorsi i passaggi di proprietà della masseria, che forse nel medioevo fu dei Cavalieri gerosolimitani di S. Giovanni, presenti sin dal sec. XII a Taranto, dove introdussero il culto del Battista, che divenne uno tra i più antichi Compatroni; certo nel ‘600 i proprietari pagavano ancora un canone annuo alla Commenda di Monopoli dell’Ordine di Malta. In quel secolo fu degli Amontinato, patrizi tarantini, che forse la possedevano già dal Cinquecento; Crisostomo (alias Cristoforo) Amontinato infatti nel 1503 riceveva in enfiteusi dal Capitolo delle terre in località Corvisea, ossia in zona. Nel 1637 la vendettero agli Gnettaro, con cui strinsero anche parentela a quei tempi, che furono gli ultimi per il loro nome; ed in seconda generazione fu dell’abate don Francesco Antonio Gnettaro, singolare figura di canonico della Cattedrale e medico. Alla morte di questi la proprietà passò al Capitolo di cui il reverendissimo dottor fisico aveva vestito la cappa e la mitria; e dal Capitolo fu nel 1717 concessa in enfiteusi perpetua, dietro pagamento di un congruo canone annuo, alla famiglia Solìto, che la possedette per oltre 150 anni e che finì per darle il nome. Nome, quello dei Solìto, che qui era già allora vecchio di oltre due secoli, e non approdato “a Taranto nella prima metà del 1700”, come scrive in un suo recente volume Enzo Risolvo, che simpaticamente correggo per aver voluto accorciare di duecent’anni e passa la mia tarentinità.

Il primo Solìto che possedette la masseria, ingrandendola con acquisti e realizzandovi restauri e migliorìe (sicché il preesistente caseggiato deve molto alla sua opera), fu don Domenico Antonio (1685-1768), prete partecipante del Capitolo Metropolitano e titolare del beneficio di S. Cataldo, nonché al dodicesimo dei 25 ecclesiastici che la famiglia produsse sin dalla prima metà del Seicento: un record insuperato tra i due mari. Dopo di lui la masseria passò tra vari rami della famiglia, e annoverò proprietari degni di nota. Come don Ciro (1748-1828), uno dei più facoltosi possidenti tarantini, conduttore di feudi e latifondi della mensa arcivescovile, membro del Collegio elettorale dei Possidenti sotto i Napoleonidi, ricordato anche come pubblico amministratore: dell’Università di Taranto fu decurione più volte, deputato annonario ed eletto (oggi diremmo assessore).

Più noto di Ciro fu il fratello maggiore, l’abate don Angelo, dottore in utroque jure, canonico tesoriere del Capitolo e vicario generale dell’Arcidiocesi sotto mons. de Fulgure, che di quel santo arcivescovo godette la stima, come pure del celebre predecessore Capecelatro. L’abate Solìto, erudito in varie materie sacre e profane, è ricordato tra gli “Uomini celebri” nella “Storia di Taranto” di de Vincentiis (1878), come ecclesiastico “di somma dottrina”. Ma, se non più dotto, ancor più celebre fu suo nipote Domenico, ultimogenito di Ciro, nato nel 1790. Anch’egli uomo di Chiesa, per non tradire una consolidata tradizione familiare, fu dottore in teologia, prete non partecipante del Capitolo, poi protonotaro apostolico onorario e monsignore, vissuto per molti anni nella Roma papalina. Ma fu anche uomo di penna illustre ai suoi tempi, come storiografo e naturalista, socio corrispondente dell’Accademia Gioenia di Catania, autore di varie pubblicazioni di respiro locale e nazionale (un suo volume del 1845 persino ristampato ai nostri giorni). Il suo nome compare più volte sul monumentale “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica”(1840-79) di Gaetano Moroni, e nel numero de “Le cento città d’Italia” dedicato a Taranto (1899), in compagnia di pochi altri “sommi uomini che vi nacquero” della statura di Paisiello. E in questo 150° anniversario dell’Unità è il caso di ricordare che mons. Solìto fu interessante figura emblematica di un’epoca; prima del 1860 dei Borboni suddito fedelissimo, tanto da dedicare una sua opera a S.A.R. donna Luisa Carlotta di Borbone, infanta di Spagna e duchessa vedova di Sassonia (di cui fu cappellano a Roma), ed un’altra (una “Prolusione storica del Regno di Napoli”) intitolandola fin sul frontespizio “per la fausta ricorrenza del giorno onomastico di Sua Maestà Siciliana” e concludendola enfaticamente – dopo aver lodato “le virtù del Regnante Ferdinando II ”- col “porgere al Dio della Misericordia suppliche e voti, onde si degni di concedere al nostro re gli anni di Nestore, la gloria d’Alessandro, la felicità di Sesostri”(preghiere invero non esaudite). Ma dopo il 1860, ormai anziano, al pari di tanti altri patrioti dell’ultima ora divenne filosabaudo ed entusiasta della “crescente grandezza della nostra patria italiana, già rigenerata a nuov’ordine politico”; più realista del re, fu vicepresidente e canonista della Società Emancipatrice del Sacerdozio, fondata a Napoli (dove si era trasferito) nel 1862, che chiedeva nientemeno che la fine del potere temporale, l’abolizione del celibato ecclesiastico, la nomina dei vescovi da parte del re e non più del papa: un programma davvero rivoluzionario, tanto che dopo poco la Società fu sciolta d’imperio per ordine del governo. Al tempo in cui visse mons. Solìto, proprietari della masseria furono, dopo suo padre, il fratello don Giuseppe (1771-1850), dottore in leggi, alto funzionario borbonico, ispettore delle Finanze del Regno delle Due Sicilie; e quindi i figli di questi, don Domenico (1806-1875), sacerdote della Cattedrale, e don Francesco Paolo (1816-1886), avvocato, vissuto lungamente a Napoli. Ma con la loro generazione cessò il dominio della famiglia sull’antica masseria; per arginare una crisi economica dovettero vendere negli anni ’70 quasi l’intero patrimonio immobiliare superstite, compreso il palazzo avito in via Duomo, e persino il giuspatronato sulla cappella gentilizia nella Cattedrale. Il resto è storia nota, con Luigi Viola e con suo figlio Cesare Giulio che dà alla masseria l’immortalità quantomeno letteraria, con il suo capolavoro Pater.

Eppure basterebbe la storia precedente i Viola, con i suoi personaggi illustri, a dare alla masseria dignità e speranza. Basterebbe il fatto che un quartiere che da essa prende il nome, e che non abbonda certo di monumenti antichi, dovrebbe salvaguardare un tale topico edificio e considerarlo un suo simbolo privilegiato. Basterebbe il fatto che l’antica dimora agreste campeggia come immagine di copertina del bel volume “Masserie del Tarantino” di Antonio Vincenzo Greco, da noi il più esperto studioso della materia, e che sarebbe il colmo abbattere proprio quella masseria-immagine. Condivisibile lo sdegno giustificato dell’architetto Nevio Conte, che scrive “non si può accettare che detto manufatto, povero sì… ma ricco di tanta storia, possa essere eliminato per realizzare 8 insulsi alloggi che ben potrebbero essere spostati altrove”. Invece la storia è dimenticata, le patrie memorie calpestate, la fama di un bel romanzo non ha forza sufficiente per fermare lo scempio, ed a monsignor Domenico Solìto, illustre personaggio e specchio di un’epoca, nella ricorrenza centocinquantenaria dell’Unità d’Italia la sua città dedica non una strada o una targa, ma l’abbattimento della sua casa di campagna. Ogni commento appare superfluo.

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