26 gennaio 2015

La storia demolita in nome del progresso

Come non essere d'accordo con le tesi sostenute da Gianluca Guastella su Tarantoggi di lunedì 8 Febbraio 2010, pp. 12-13?

La storia demolita in nome del progresso
di Gianluca Guastella


Gli anni che vanno dal 29 giugno 1873, quando, cioè, Il Ministro della Guerra, Simon Pacoret di Saint Bon si vide approvato in Parlamento il progetto per la costruzione di un Arsenale Militare a Taranto, al 1888, quando, cioè, gran parte del lavori furono eseguiti, furono i quindici anni più rivoluzionari non solo per la topografia e lo sviluppo della città, ma per l’assetto, la vita, il numero degli abitanti, la fisionomia della popolazione: fu insomma questa la svolta più significativa nella storia di Taranto. Intanto la prima cosa che il sindaco dell’epoca, De Cesare chiese, fu quella di abbattere quelle mura che, a torto o a ragione, si riteneva soffocassero la città: una proposta che, naturalmente, fu accolta dal Consiglio comunale con il plauso dell’unanimità, sicché la cortina di Mar Grande fu la prima ed essere demolita e Via delle Mura, cambiò il suo nome in Corso Vittorio Emanuele, che, poi, è quello attuale. In questa mania, però, di abbattere tutto quello che aveva il sapore di vecchio, furono compiuti anche autentici misfatti, il più clamoroso dei quali, la demolizione della Cittadella, della torre, cioè, fatta erigere dal principe tarantino Raimondello Orsini del Balzo nel 1401 a difesa di porta Napoli e che, nel corso degli anni, era divenuta, via via un semplice corpo di guardia, sede della Dogana e, da ultimo, deposito di carbon fossile. La Cittadella, che aveva resistito alle cannonate di Ladislao di Durazzo, quando, alla morte del principe Del Balzo (signore di cento castella), aveva cinto di assedio l’antica colonia lacedemone per impadronirsi dei suoi possedimenti, dove si era rinserrata la principessa Maria d’Enghien, decisa a resistergli ma che, poi, affascinata dai begli occhi di Ladislao e dalla promessa di sposarla, gli fece aprire, inusitatamente le porte della città, finendo i suoi giorni, per ricompensa, in una segreta di Napoli, veniva, ora, sacrificata sull’altare della più bieca retorica antifeudale. I verbali del Consiglio comunale ne sono un esempio. Vi si legge, tra l’altro, del “delirio di urgenza di abbattere quel rudero del medioevo. Che è intollerabile e mostruoso che sopra una pubblica piazza, resti ancora un’annerita e logora facciata, nido visibile di rettili e di uccelli di rapina...”. Per meglio perorare la causa di questa demolizione non mancò la pubblicazione di alcuni pamphlet di carattere gotico, quasi che la povera Torre di Raimondello, come veniva comunemente chiamata, fosse come il nero castello di Otranto di sir Horace Walpole. In questa occasione, fu proprio la burocrazia ad avanzare perplessità, tanto che nel carteggio fra il Comune e la direzione del Genio dove il primo paventava la fatiscenza della torre per l’incolumità dei cittadini, i tecnici del Demanio sostenevano, viceversa, che non c’era alcun pericolo e che la Regia Marina aveva deciso di prendersi la Cittadella per sistemarvi alcuni magazzini e che, perciò stesso, l’avrebbe fatta restaurare. Dopo la Cittadella fu la volta della mura di Mar Piccolo, col bastione di S. Nicola, che furono demolite nel 1896, così che della vecchia cinta fortificata non rimase quasi più nulla. Ma non furono soltanto le fortificazioni militari a cadere sotto i colpi dei picconi, ma anche veri e propri gioielli artistici, come la Fontana che nella Piazza Maggiore, testimoniava il privilegio di Taranto al cospetto di una regione immelanconita dalla sete. Ecco come descriveva il monumento l’erudito tarantino, Cataldantonio Carducci: “In cima ad esso fonte vi sono l’arme di Casa d’Austria: indi quattro putti sopra altrettanti delfini con le piccole fiocine in mano dinotanti l’insegna della città. Succedono quattro tritoni che dalla bocca gittano acqua dentro una larga conca sostenuta da quattro statue, di cui una figura, Atlante che tiene il globo sull’omero sinistro, l’altra Ercole con la pelle di lione indosso e la clava in mano, la terza Diana avente in braccio un’arma, la quarta Giunone vestita di bianco manto con a’ piedi il pavone. Al di sotto di cotali statue si vede una conca più spaziosa, rabescata in bassorilievo di vari geroglifici”. La fontana fu sacrificata in odio all’Austria, anche se era quella di Carlo V. E non è finita qui, visto che è in questo periodo che si pongono le premesse per costruire sui resti dell’antico Anfiteatro romano, un bruttissimo mercato, occultando, così, le ultime vestigia dell’antico splendore. Monumento che ancora oggi, a distanza di più di un secolo, continua ad essere mortificato dalla noncuranza delle amministrazioni locali. Che il capoluogo ionico, all’epoca, fosse poco più di un grosso borgo è incontestabile, come pure è assodato che l’antico splendore di capitale della Magna Grecia fosse solo uno sbiaditissimo ricordo e che i pochi viaggiatori stranieri (il turismo da queste parti è sempre una cosa di la da venire) che vi capitavano, rimanevano sconcertati dall’assoluta mancanza di antiche vestigia. L’esempio più lampante, poi, della pochezza culturale in cui la città versava, è data, per esempio, dalla mancanza di una struttura teatrale, mentre quasi tutte le città Europee, compresi i centri minori, in quel periodo provvedevano a farlo. In realtà, furono ancora i francesi a sensibilizzarsi su questo argomento. Infatti, il 16 aprile 1813 il re Gioacchino Murat, in visita a Taranto, aveva concesso al Municipio, la chiesa sconsacrata attigua al convento dei Celestini “ad oggetto di convertirla in teatro”. Mancavano tuttavia i fondi, per cui in epoca murattiana il teatro non s’era potuto realizzare. Tuttavia, in seguito, qualcuno se ne era ricordato e ne aveva affidato il progetto all’ingegnere di Acque e Strade, don Gerolamo Rossi. Però il comitato promotore non aveva informato il vescovo dell’epoca, mons. De Fulgure, che dal pulpito saettò i malcapitati, bollando il teatro come “cosa vituperevole adire quel sacro recinto ai profani passatempi”, impedendone, nei fatti, la realizzazione, tanto che Ferdinando II di Borbone, preferì dare ascolto all’alto prelato e buttare definitivamente a mare il teatro. Tramontata, così, l’idea di una struttura teatrale pubblica (una carenza che rimane tuttora), i tarantini erano pur “quelli che amano molto la musica, e quando parecchi giovani si riuniscono per fare quello che da noi in Scozia si chiamano stramberie, si eccitano a tal punto che potrebbero venire scambiati pè discendenti delle sacerdotesse di Cibele, le cui danze frenetiche sono rappresentate sui vasi antichi. Questa gente mette un grande impegno, non a procurarsi ricchezze, ma a vivere felici e senza preoccupazioni”, come annotava Craufurd Tait Ramage, per cui l’esigenza di avere comunque dei luoghi di svago (e il teatro lo era allora per eccellenza) era, per così dire, connaturata all’animo dei tarantini. Perciò dopo che, era fallita a più riprese l’iniziativa pubblica, toccò ai privati farsene carico, e lo fece un aristocratico, il marchese Francesco D’Ayala Valva. Naturalmente, se pure ricco, il marchese non avrebbe potuto sostenere la spesa dei novemila ducati previsti per il teatro murattiano, per cui si accontentò di far ristrutturare la galleria di rappresentanza del palazzo Calò (acquistato dalla sua famiglia agli inizi del secolo), affidandone il progetto all’architetto Davide Conversano, il quale iniziò i lavori nel settembre del 1856 e li completò nei primi mesi dell’anno successivo. La stagione teatrale fu inaugurata lo stesso anno con una rappresentazione in musica dell’impresario Luigi Zama Giacchi. Un evento storico, dunque, in una città che, pure, nell’antichità, aveva riservato spazi notevoli al teatro, tanto da aver ospitato, a quanto pare, tragediografi del calibro di Euripide, dato i natali a commediografi come Rintone o a musici come Aristosseno. Tutta la società bene, corse, infatti, a sottoscrivere gli abbonamenti, a prenotare i palchi: dai Carducci ai Giovinazzi, dagli Ameglio ai Latagliata, dai De Sinno ai Trojlo, ai Beaumont ai Bonelli, tutti nomi che a Taranto ricorrono tuttora. 

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