4 giugno 2019

Cinque buoni motivi per NON utilizzare il falso toponimo "isola madre" a Taranto

Cinque buoni motivi per NON utilizzare (mai più) il falso toponimo "isola madre" per indicare la città vecchia di Taranto, e lasciarlo nel dimenticatoio:


1) la città vecchia di Taranto non era affatto un'isola ma una penisola, prima dello scavo del canale, poi reso navigabile, in età moderna;

2) storicamente, il primo insediamento dei fondatori parteni di Taranto si localizza a Saturo, e non sulla piccola penisola successivamente chiamata Taranto. Di conseguenza, la attuale città vecchia non è "madre" della nostra città attuale;
 

3) storicamente, "isola madre" è un toponimo praticamente mai utilizzato per indicare la città vecchia di Taranto, sino al 2018, quando viene usato da tecnici (non storici, non operatori culturali) in un progetto di richiesta di finanziamento per interventi di recupero da parte dell'amministrazione comunale attualmente in carica a Taranto, con la partecipazione di una agenzia inglese (inglese!) di servizi manageriali;
 

4) il toponimo reale "isola madre" individua una delle isole Borromee sul Lago Maggiore, nei pressi di Stresa. Considerando che gran parte delle ricerche si svolge sui motori di ricerca, come iniziativa di "marketing culturale" chiamare la nostra città vecchia col nome di un'altra isola già esistente, che compare già tra i primi risultati di Google e con pacchetti turistici già pronti, non sembra una mossa azzeccata, anzi, tutt'altro!
 

5) I toponimi non sono diversi dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni. I toponimi sono ESSI STESSI la nostra storia e la tradizione del nostro popolo. Chi per moda o per gusto, o per malintesa "modernità" decide di cambiare i toponimi storicamente riconosciuti, non ama affatto la nostra città, anche se crede di farlo, e non rispetta la sua storia e la sua tradizione.

Piccola storia di un falso toponimo
 
Ma dove nasce questo falso toponimo? Il primo ad utilizzarlo sembra sia stato tale Francesco Fella, autore di un testo dal titolo "La confraternita di San Domenico e l'Addolorata nell'isola madre", pubblicato da Schena nel 1987.
Successivamente e anche giustamente, non si ha memoria di tale accostamento di termini per la nostra città fino al 2015 anno in cui riappare questa volta in rete sul sito "ataranto.it" riconducible ad una associazione culturale.
Le menzioni più numerose, tuttavia, si rintracciano a partire dal 2018, quando l'amministrazione comunale Melucci presenta una "vision" (che cos'è? In italiano cosa significa?) per la città vecchia, a cui collabora anche Ernst & Young, una agenzia che - cito da wikipedia - è: "un network mondiale di servizi professionali di consulenza direzionale, revisione contabile, fiscalità e transaction", oltre ad Invitalia (l'ente che dovrebbe tirar fuori i quattrini). Solo a partire da questa presentazione, l'uso del falso toponimo è diventato comune, anche se per fortuna non ancora virale. Facile ipotizzare, quindi, che alla creazione di tale finto toponimo, abbia contribuito in maniera decisiva questo progetto di finanziamento. Come ha ricordato lo storico Salvatore Romeo, il finto toponimo è utilizzato a Taranto in particolare dal sindaco e da una ristretta cerchia di assessori e tecnici comunali, anche se poi è piaciuto ad un paio di pagine Facebook, tra cui una intitolata "Made in Taranto".
Che si tratti quindi di un toponimo da non utilizzare è palese, così come palesi sono gli scopi di chi lo ha rimesso in auge e lo utilizza per scopi precipui, che poco hanno a che vedere sia con "l'amore per la città" (Enrst & Young è inglese, infatti), sia con il marketing territoriale, che non si fa certamente stravolgendo i toponimi.

25 gennaio 2019

Mario Prayer a Taranto

Mario Prayer a Taranto

La Delegazione FAI Taranto propone un convegno sulla figura dell'artista Mario Prayer e sui suoi lavori nella nostra città. Interverranno l'Architetto Concetta Resta, nipote dell'artista; il Prof. Massimo Guastella, docente di storia dell'arte contemporanea presso l'Università del Salento; il Prof. Gianluca Lovreglio, storico.

Mario Prayer, veneto, si trasferisce a Bari nel 1915 e proprio all'inizio degli anni Venti si definisce come sicuro interprete di un momento significativo della cultura pittorica italiana.

Le sue opere più famose a Bari sono gli affreschi dell'Aula Magna del Palazzo Ateneo, i dipinti e gli stucchi del Kursaal Santa Lucia e gli affreschi della chiesa dell'Immacolata.

A Taranto sua è la decorazione di Villa Salerni-Protopapa e i monumentali affreschi del 1937 del salone delle udienze dell'ex Casa del Fascio.

Con il Patrocinio del Comune di Taranto.

16 novembre 2018

I teatri della belle èpoque a Taranto. Tra storia e memoria visiva

I teatri della belle èpoque a Taranto. Tra storia e memoria visiva


"Taranto alla Belle Époque crede. Vi crede soprattutto la piccola, media e grossa borghesia, industriale e terriera, che nell'arco di un tempo limitato, circa trent'anni, costruirà decine di caffè, dieci teatri e sei alberghi." (Giuseppe Francobandiera).

E tutto in un nascente Borgo cittadino, che terminava in via Acclavio. Fucina '900 propone un seminario sul teatro a Taranto nei primi decenni di vita della cità "nuova".
Gianluca Lovreglio ripercorre, attraverso testi e immagini d'epoca, le vicende dei teatri - effimeri e non - della Taranto tra '800 e '900, nell'unico capoluogo di provincia della Puglia ancora - e da allora - privo di un teatro comunale degno.


Vi aspettiamo il 16 novembre, a partire dalle 18:00, presso Gagarin spazio sociale

INGRESSO LIBERO






23 maggio 2018

Torricella. Castello (scheda)

Foto: ©Lovreglio Gianluca 2007

Torricella. Castello (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita dal 2005 su: storiamedievale.net

Epoca: XIII secolo?

Conservazione: restaurato, è attualmente sede della Biblioteca Comunale.

Cenni storici

Le origini dell’antico casale di Torricella risalgono, forse, al X secolo. Contribuirono a popolarlo gli abitanti dello scomparso casale di Termiteto, verso Maruggio, quelli sparsi lungo il litorale di Torre Ovo ed alcuni abitanti del casale di Monacizzo che, per sottrarsi alle cruenti scorribande dei Saraceni oppure dopo che i loro villaggi erano stati distrutti dalle orde barbariche, si spostarono in posti più sicuri dell’entroterra, presumibilmente sull’altura di Magalastro

Passato il pericolo, questi rifugiati si spostarono a valle, dove dettero vita ad un nuovo casale e, secondo le abitudini del tempo, lo munirono anche di una torre di difesa che fu chiamata Torricella. Più tardi al posto di questa piccola torre fu eretto un castello sede del feudo fin dal 1200. Il castello più volte restaurato conserva la sua austera immagine cinquecentesca; oggi è adibito a Biblioteca Comunale con due sale i cui soffitti sono affrescati.
Foto: ©Lovreglio Gianluca 2005

Il castello si trova al centro del tessuto urbanistico comunale. Al piano della strada ci sono tre torri e a sinistra di una di esse c’è una stanza che era adibita a carcere. Una porta d'ingresso fra due torri immette in un vano per uso granaio. Al piano superiore vi sono sei stanze. In testa alla sala maggiore vi è una piccola cucina, a sinistra due sale affrescate, a destra altre tre. Nelle vacanti delle due torri verso tramontana e verso levante vi erano i servizi igienici.

Un accurato lavoro di restauro nella seconda stanza ha riportato alla luce figure di santi e di Cesari. Nella prima sono ancora ricoperti di calce putti alati e figure di nobildonne, che si muovono intorno ad uno stemma. Le tre torri sono guarnite di tronea e merloni di due ordini, con pietre lavorate di tagli e affacciate con cornicioni a mo' di fortezza.

Fino al 1984 l’immobile è stato abitato dagli eredi Turco, da questi ceduto bonariamente al Comune, che effettuò tempestive opere di restauro, per sottrarlo alla inevitabile rovina. Attualmente una sala al pianterreno è luogo di ritrovo per anziani, negli altri ambienti si svolgono frequenti attività culturali.

©2005-2018 Gianluca Lovreglio

21 maggio 2018

Taranto. La cittadella di Raimondello Orsini (scheda)

Taranto. La cittadella di Raimondello Orsini (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita nel 2001 in: Storiamedievale.net

Epoca: inizi XV secolo.

Conservazione: demolita nel 1883.

Cenni storici

Nel 1404, quando ormai si prospettava lo scontro tra il principe di Taranto e l'angioino Ladislao, Raimondello Del Balzo Orsini, per meglio proteggere Taranto da possibili incursioni esterne, fece costruire la Cittadella. In quell'anno, infatti, secondo la cronaca del notaio settecentesco Crasullo, «ad opera del principe Raimondo e del conte di Soleto, fu incominciata la torre che si trova al principio del ponte di Taranto». Nasceva così, ad ovest della città, verso la strada per Napoli, il grosso mastio quadrato che, più tardi, cinto di mura e fiancheggiato da due torrioni, formò la Cittadella.
La torre chiudeva il ponte di porta Napoli, e si affacciava sulla piazza (al tempo) maggiore della città, la piazza della fontana. Costruita agli inizi del XV secolo, resistette agli assalti dell'uomo e della natura per circa 450 anni. Dopo l'Unità d'Italia, nel 1861, fu utilizzata come Regia Dogana.


La torre fu poi demolita nel 1883 per motivi di "odio verso il medioevo": «Quell'immane massa nera, quello screpolato baluardo, che è la Cittadella, fra non molto non disegnerà più le sue forme titaniche sul cielo della nostra Taranto. I nostri voti sono appagati. Essa non ci ricorderà più i tristi tempi del Medio Evo, tempi di lotte, di sangue e di barbarie, allora quando ogni città era un piccolo regno chiuso, isolato, dominato dalla tirannia d'un signorotto, allora quando l'Italia era straziata dal feudalesimo [...]; fu innalzata per chiudere la città da quel lato, la si atterra per scovrire la città da quel lato. Aria, spazio vogliamo! A terra i baluardi che servivano alla tirannia dei signori e che significavano forza e potere: la forza e il potere che aborriamo. Ora non si ha più bisogno di torri e merli, ora che la febbre di libertà brucia» (dall'articolo La Cittadella, in «La sferza», anno II, n. 13, 7 ottobre 1883).

Dell'intero complesso, infatti, solo una delle torri cilindriche poste al lato del mastio era, a fine Ottocento, pericolante, e dopo l'alluvione del 1883, insieme al vecchio ponte bizantino, cadde anche questa torre, liberando la città dal «pericolo» imminente. Rimase in piedi la torre quadrata, ormai isolata dopo la demolizione del torrione della catena e della parte superiore del bastione del porto.

Le condizioni del mastio non erano però tali, secondo lo storico delle fortificazioni tarantine Speziale, da giustificarne l'abbattimento, tuttavia prevalsero ragioni di tipo elettorale, e si iniziarono i lavori di demolizione: «Era sempre stata modesta la vita della vecchia torre ed in carattere colla sottostante piazza del mercato che, colla fontana e gli abbeveratoi, era luogo di traffico, di sagre e di fiere. Aveva fatto il suo dovere la cittadella e aveva resistito bene all'assedio di Ladislao quand'era fresca fresca, giovane di tre anni e incrollabile a quella specie di cannonate come se ne sparavano allora; poi aveva avuto una sua vecchiaia davvero placida, senza disturbi, né scosse, né affanni. Il vecchio mastio era sempre stato né più né meno che un corpo di guardia per la sorveglianza della Porta di Napoli e per la tutela dell'ordine là in piazza, con pochi, pochissimi soldati per chiudere al tramonto la porta, per sedare qualche alterco [...]; poi la gente, col poeta locale, andava a fantasticare: Nel silenzio delle sere,/ col fischiar delle bufere,/ quanti spettri ne' sudari,/ negli androni solitari/... La volevano drammatizzare per forza, e la demolirono senza ragione, per odio al medioevo. E fu sciocchezza e malvagità grande» (G. C. Speziale, Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Bari 1930, rist. 1979, pp. 234-235).

Non possiamo che associarci alle parole dello storico, al quale, sia detto per inciso, è stata intitolata la strada che ospita un solo edificio: la casa circondariale. Sic transit gloria mundi...
 
©2001-2018 Gianluca Lovreglio

19 maggio 2018

Sava. Palazzo baronale (scheda)

Sava. Palazzo baronale (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net

Epoca: secolo XVI, sulle strutture di una masseria.

Conservazione: completamente restaurato, è la sede del Municipio.

Come arrivarci: con l'autostrada A14 Bologna-Taranto o A16 Napoli-Taranto, uscita al casello di Taranto, o con la strada statale Bari-Taranto sino a Taranto: da qui seguire le indicazioni per Lecce. Sava è a circa 28 Km dal capoluogo.

Cenni storici

In un documento del 1417 della regina Giovanna I D'Angiò troviamo la prima menzione del casale di Sava facente parte del Principato di Taranto. Nel 1520 il feudo di Sava, che comprendeva gli antichi casali di Aliano e Pasano, passò alla famiglia Prato di Lecce che tenne la Baronia sino al 1630.

Nicola Prato, negli anni in cui ebbe la Baronia di Sava, dimorandovi solo nei mesi estivi ed autunnali, abitava un antico fabbricato della masseria che sorgeva nella stessa area dove ora è ubicato il castello. Egli pensò di edificare una dimora baronale ma la precaria situazione politica gli impedì di portare a compimento tale progetto che invece fu realizzato dal figlio Pompeo.

Il castello di Sava, dall'aspetto severo, era dotato solo di un piccolo recinto con fossato, ed era privo di un maschio.
Foto: ©Lovreglio Gianluca 2003

Aveva la forma di un quadrilatero, con nel sottopiano il frantoio, il mulino, i granai ed i magazzini, nel piano terreno grandi vani con volte a botte, dimora del castellano e rimessa. Le camere del primo piano sono grandi e spaziose, piene di luce e di aria, con larghe finestre dalla profonda strombatura che guardavano intorno al castello oltre la muraglia del fossato. In ciò si discosta dai castelli cinquecenteschi, che, essendo ordinati più a fortezza che a dimora, aprivano le finestre sugli spazi compresi dalle varie cinte.

Successivamente al 1743, anno in cui fu assegnato ai Padri della Compagnia di Gesù, il castello fu trasformato in convento divenendo così un austero luogo di preghiera. Nel 1884, il castello fu acquistato dal Comune che lo destinò a sede municipale, scuola ed altri uffici pubblici, subendo notevoli trasformazioni.

Attualmente un intervento di recupero ha interessato il frantoio e la parte posteriore del palazzo.

©2003-2018 Gianluca Lovreglio. La prima immagine (inserita nel 2014) è tratta dal sito http://castelliere.blogspot.it.

18 maggio 2018

San Giorgio Jonico. Castello D'Ayala (scheda)

San Giorgio Jonico. Castello D'Ayala (scheda)

Pubblico sul mio blog una scheda già edita in Storiamedievale.net

Epoca: secolo XX.

Conservazione: in buone condizioni, è una residenza privata.

Come arrivarci: con l'autostrada A14 Bologna-Taranto o A16 Napoli-Taranto, uscita al casello di Taranto, o con la strada statale Bari-Taranto sino a Taranto: da qui, seguendo le indicazioni per Lecce, ci si può dirigere a San Giorgio Jonico.

Cenni storici

La classe dirigente che ancora nel '900 erige palazzi dal truce aspetto gotico, ricorre all'immaginario medievale per giocare ancora il ruolo del dominus, per illudersi di essere al presente la rappresentazione in campo del potere, nella scacchiera del proprio paese, ancora nostalgicamente definito "feudo" o "terra". Così ancora in tempi recenti si continuano a costruire palazzi signorili dall'aspetto monumentale, che si ergono tuttora tra le casette a due piani di una piccola borghesia dal sapore contadino.

A San Giorgio Jonico quello che i suoi abitanti chiamano castello è in realtà un edificio piuttosto moderno: fu innalzato, infatti, dai conti D'Ayala-Valva agli inizi del 1900.

Lo stile volutamente pretestuoso, con i prestiti medievaleggianti ripresi più dai romanzi storici che dagli esempi coevi, fanno di questo edificio un monumento rappresentativo della storia di una famiglia, e certamente non si potrà mai identificare con la pluricentenaria storia di S. Giorgio Jonico, fondata probabilmente nel XIV secolo da esuli albanesi al soldo di Giorgio Castriota Skanderbeg, capitano di ventura in rotta con il principe Giovanni Antonio Del Balzo-Orsini.

©2003-2018 Gianluca Lovreglio; la foto è tratta dal sito sfondi per il desktop Ressa.it, ed è qui pubblicata con il consenso dell'autore.

Cinque buoni motivi per NON utilizzare il falso toponimo "isola madre" a Taranto

Cinque buoni motivi per NON utilizzare (mai più) il falso toponimo "isola madre" per indicare la città vecchia di Taranto, e ...